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In Giugno 2017 é apparso nelle librerie Mai affezionarsi a una ricetta, il mio primo romanzo. 

Non so se ce ne saranno altri. Mi piacerebbe. Ormai, peró mi conosco… per quanto possa affannarmi nel tentativo di produrre quadri, poesie, scritti o altro, immancabilmente, se manca una forte motivazione di base ció che produco raramente mi soddisfa. Scrivere mi è sempre piaciuto. 

 

 

 

Ho sempre scritto poesie… quasi sempre molto corte. Componimenti di nove/dodici versi senza metrica, con impennate sillabiche che, a volte si liberano dal vestito poetico per diventare enunciazioni a briglia sciolta. La mia amica Claudia le conosce. Gliele ho propinate in continuazione, come il pane appena sfornato, nel corso degli anni. Non so se fingesse ma mi ha sempre detto che le piacevano un sacco. Appena ho scoperto della sua bella avventura editoriale immediatamente le ho proposto di pubblicare le mie raccolte di poesie. Che delusione quando mi ha detto che, come casa editrice avevano deciso di non tenere una collana di poesia. Probabilmente la mia reazione sconsolata l’ha spinta a pensare a qualche strategia per farmi contento e dopo svariate ore di contrattazioni siamo giunti ad un accordo: io avrei provato a scrivere qualcosa in prosa e, se fosse stato all’altezza dei requisiti richiesti dalla casa editrice, dentro mi avrebbero permesso di ficcarci qualche poesiola. 

Fu cosí che quel giorno (quando siglammo il nostro accordo bevendoci una birra) tornai a casa e cominciai a scrivere. In prosa. La sensazione di lasciare uno scritto aperto e riprenderlo il giorno dopo, di approfondire i concetti, di raccontare con tutta la calma possibile, pur saltando sulla sedia mentre scrivevo e non pensare di sintetizzare in un verso un’emozione, di pensare in grande, a qualcosa che non avesse più i confini di una pagina bensì di centinaia di pagine… mi ha permesso di provare emozioni… come se mi trovassi all’interno di un vestito perfetto per me, di una casa costruita su misura e arredata con tutto ciò che mi possa rappresentare. Scrivere un romanzo (se romanzo si può definire la “Ricetta”) è un viaggio meraviglioso all’interno di se stessi. Ma è anche parte di un dialogo profondo e intimo che si intavola con quanti interlocutori vorranno parteciparvi. Perché un romanzo è un essere vivente che racconta, che fa delle domande. Ho già avuto, dopo solo un mese dalla pubblicazione, splendidi riscontri ed è come se arrivassi direttamente nel profondo delle anime delle persone che mi scrivono.

 

Con la musica é tutt’altra cosa. É stato il mio lavoro per tanti anni, ho studiato musica e tutt’ora la studio anche se riesco a frequentarla molto meno di un tempo.

Di base mi sento un musicista. Ho fatto il possibile per spiegare nella “Ricetta”, però, perché mi sono sempre dedicato anche alla poesia e, recentemente alla pittura.

 

Ci tengo a raccontare la storia del mio primo CD (tutto mio). Bum Ka è fatto solo con percussioni acustiche (eccetto per un piccolissimo intervento dove ho messo una batteria elettronica).

È tutto suonato da me, traccia dopo traccia. Ancora non si usava il computer in sala di registrazione. Quindi non esisteva la possibilità di “quantizzare”… cioè di spostare un suono, di metterlo a tempo. Quando si sbagliava… si rifaceva.

 

 

Per fare questo CD sono andato ad accompagnare una lezione di una mia amica, insegnante di danza contemporanea e ho registrato l’intera lezione. Prima di cominciare le ho chiesto di fare una lezione “tipo” che fosse il più completa possibile. Che contenesse, cioè, più esercizi possibili per gambe, braccia, schiena, a terra, in piedi etc. Doveva essere un valido supporto musicale per le lezioni di danza. Le chiesi inoltre di sbizzarrirsi nella scelta dei tempi musicali (quattro quarti ma anche tre quarti, dodici ottavi, tre ottavi, sei ottavi, nove) e di utilizzare anche tempi composti, per esempio dieci quarti in modo da avere una vasta gamma di conteggi che servisse anche come studio ritmico.

Con la cassetta registrata alla lezione della mia amica tornai a casa e cominciai a lavorare sul materiale che avevo. Di ogni singolo pezzo mi annotavo la velocità, il tempo musicale, la durata e poi scrivevo (con carta da musica, matita e gomma) l’arrangiamento per una, due, tre o più percussioni. Per ogni brano, sceglievo diversi tipi di percussione tradizionali o auto-costruite. In un brano ho addirittura utilizzato un grosso tubo di cartone suonato con una spazzola da batteria e una mano. In un altro delle ciotole di metallo comprate dal ferramenta per una traccia, mentre, in un’altra traccia ho utilizzato dei coperchi di barattoli di vario formato. E poi fili di ferro, cassetti, fischietti, tappi di plastica, e un sacco di altri oggetti e aggeggi. 



Amavo talmente tanto l’arte del percuotere ogni cosa che mi rimaneva davvero poco tempo per pensare di esprimermi in altri modi….fatta eccezione per qualche sporadica poesia. 

 

 

 


Ero poco più che ventenne ma sentivo addosso il peso del mondo, come succede spesso a quell’età, ed ero molto più saggio di adesso… almeno credevo!!! 

Un giorno, in treno, stavo leggendo le mie poesie stampate… anzi, battute a macchina, su di una Olivetti lettera 22 su fogli A4, forse una cinquantina. Forse stavo fantasticando, come sempre su qualche ipotetica raccolta… o addirittura un libro. Stavo sognando, insomma. Come sempre. Nel mio zainetto rosso, oltre alle poesie e un romanzo, avevo il master di Bum ka. Stavo andando a Milano per portarlo alla Sony affinché stampassero cinquecento CD. Ero seduto sulla mia conga, in corridoio. Nel pomeriggio avrei avuto una prova con uno dei tanti gruppi in cui suonavo. Poco più in là, accovacciato a terra, anche lui in corridoio, stava ascoltando musica da una radiolina appiccicata all’orecchio un ragazzo, poco più grande di me. Poteva avere trent’anni. Capelli e barba rossi. Io l’avevo appena notato ma ero troppo immerso nei miei fogli per considerarlo veramente. Dopo avermi osservato per un po’ di tempo – suppongo per la curiosità di sapere cosa stessi leggendo con così tanta attenzione e cosa stessi cercando di comporre invertendo freneticamente l’ordine dei fogli che avevo in mano, seduto su un tamburo coricato –, quel ragazzo si avvicinò e mi chiese cosa stessi facendo. Probabilmente mi rivolsi a lui raggiante e risposi: “Sto cercando un ordine per le mie poesie”.

“Sono tue? Le scrivi tu?”

“Certo” risposi. “Ti va di leggerne qualcuna?”

“Sicuro!” Glie ne passai una… e poi un’altra… e un’altra ancora.

Probabilmente, dopo quattro/cinque fogli si stancó di leggere e, distogliendo lo sguardo dai miei versi e posandolo sulla conga, mi chiese: “Dove stai andando?”. 

Gli dissi che stavo andando a stampare il mio CD per la danza e poi a provare con un gruppo di salseri centroamericani. Gli raccontai sommariamente il mio progetto e che, peró, non avevo nessuno che me lo avrebbe prodotto e distribuito. Mi disse che un’amica di sua madre aveva ballato per anni alla Scala e, adesso che era in pensione, si occupava di una collana di musiche, guarda caso… per la danza. Gli sembrava di aver capito che si occupasse non solo di danza classica. Gli diedi il mio numero di telefono. Arrivati a destinazione ci salutammo. Delle poesie neanche una parola.

Dopo nemmeno una settimana da quell’incontro in treno, una sera, appena tornato da Milano, dove avevo lavorato accompagnando qualche lezione di danza, squilló il telefono.

Risposi.

“Pronto, il signor Rubulotta?” 

“Sì, sono io.”

“Mi ha dato il suo numero… (non ricordo il nome). Mi ha detto che lei avrebbe pronto un CD per la danza e che é in stampa in questi giorni, giusto? Potremmo vederci domani? Abito vicino a Viale Padova.” 

Annotai l’indirizzo che mi diede e ci accordammo per l’orario. Non dovevo lavorare il giorno dopo. Presi il solito treno delle 7.14, il regionale (che all’epoca si chiamava locale) che impiegava circa due ore, se non di piú, per compiere la tratta Verona-Milano. Scesi alla stazione Centrale, se non addirittura a Lambrate (a volte succedeva che sostasse qualche minuto lí… a volte no). Nel mio eterno zainetto rosso c’erano poche poesie, un’audiocassetta (che conteneva Bum ka) e un romanzo.

Arrivai al luogo dell’appuntamento, suonai il campanello che mi era stato indicato. Una voce mi disse che dovevo salire con l’ascensore al quinto piano. Mi infilai nel vecchio gabbiotto attraversando una porta di ferro a maglie grosse che sferraglió non poco quando la chiusi e una seconda tipo saloon, di legno. Pigiai il bottone di plastica che riportava impresso il numero cinque in rilievo e, con uno scossone l’ascensore partí… non senza impedire che una sensazione di inquietudine si impadronisse di me. Al piano c’era una porta aperta. Chiesi permesso ed entrai. Mi trovai davanti una bella signora di etá compresa tra i quaranta e i cinquanta che mi strinse la mano e mi invitó a seguirla in salotto. Mi domandó se volessi un caffé. Accettai. Scomparve, probabilmente in cucina. Tornó con un caffé. Solo per me. Un bricchetto di peltro (o argento) per il latte, la zuccheriera e il cucchiaino (sempre di peltro/argento), su un vassoio. 

Non ricordo esattamente come si svolse la conversazione riguardante Bum ka, ma ricordo per certo la mia delusione (tutto sommato). Riporto i punti salienti: lei mi chiese a quali classi di danza fossero indirizzate le mie musiche e che tipo di musica avevo composto. Le dissi: “É musica di sole percussioni per la danza contemporanea. Se ha un lettore per le cassette possiamo asc…”

“No, no. Va benissimo. É proprio quello che cercavo. Quante copie stanno stampando?” Le dissi cinquecento. E lei disse che per adesso ne prendeva quattrocento e che “poi, in seguito vedremo. Caso mai ristampiamo”. 

“Ma… vuole quattrocento copie senza nemmeno ascoltarlo?”

“Sono sicura che andrá benissimo!”

Non stavo capendo piú niente. Avevo giá venduto quattro quinti dei miei CD ancora prima che fossero stampati… completamente a scatola chiusa. C’eravamo accordati per un prezzo vantaggioso per entrambi ma… e tutta la cura e l’amore che avevo messo nella realizzazione di quelle musiche?

 

Powow risale ad anni dopo. L’ho fatto a casa, da solo (oppure con due o tre collaborazioni con altri musicisti), dopo l’avvento del computer e relativi programmi dedicati alla registrazione musicale. Oltre alle mie amate percussioni acustiche tradizionali e auto-costruite ci ho messo dentro anche tanta elettronica. Ho realizzato brani scrivendo partiture su pentagramma e altri costruiti interamente al computer, utilizzando il sistema di notazione del software musicale o, addirittura costruendolo direttamente spostando e aggiustando i suoni sulla traccia musicale. Ho utilizzato spesso i suoni midi presenti sul programma oppure registrando un suono di una mia percussione che poi usavo come campione su una tastiera. È un esperimento ibrido… sempre legato al mondo delle percussioni ma con incursioni in altri mondi musicali.

Per questo CD la signora che aveva comprato Bum ka mi presentó un olandese che, nel frattempo era entrato in societá con lei. Comprarono tutte e cinquecento le copie. Ne tenni per me solo una ventina.

 

 

 

Le collaborazioni a livello discografico e concertistico non le ha mai annotate. Non sono mai stato bravo a fare curriculum. Quelli bravi, conosciuti non hanno bisogno di curriculum. Se devo stare qui, a convincervi della mia bravura, se ho bisogno di gonfiare i miei meriti… significa che tanto bravo, poi, non sono, quindi meglio lasciar perdere.

Questo blog serve a me, per cercare di organizzarmi memoria e idee.

 

 

 

 

Pochi anni fa volevo mettere alcune musiche mie su Facebook però non era possibile (ma, molto probabilmente ero io che non ne ero capace). Allora scoprii un escamotage: era possibile mettere musica che accompagnasse un video o un’immagine. Dapprima pensavo di utilizzare immagini di altri, ma poi ho pensato fosse più sicuro, specialmente dal punto di vista legale, se avessi creato io le immagini. 

 

 

In realtà ho pubblicato sul social soltanto due o tre esperimenti e, riguardandoli adesso sono ben felice di essermi limitato a quei pochi tentativi. Le immagini che avevo creato, però, mi avevano lasciato la voglia di continuare, approfondire. Stiamo parlando di immagini digitali, create col computer. Allora non badavo alla grandezza del file, alla qualità tecnica, dal punto di vista di un’eventuale stampa. Poi, piano piano, quando capii che una realizzazione tangibile, pratica, sarebbe stata possibile, cercai di migliorare anche la qualità.

Per un periodo mi limitai a creare quadri digitali, informali (non ho mai fatto studi inerenti, non mi sono mai confrontato col disegno… e, soprattutto la pittura formale non mi è mai piaciuta, a parte qualche Renoire, Van Gogh, Bruegel. Mi hanno sempre attirato Mirò, Pollock, Kandinsky). Con tele, pennelli e colori non mi ero mai cimentato. Avevo sempre affermato che non potevo dipingere, che qualcuno, sicuramente, mi avrebbe arrestato se solo ci avessi provato.

 

 

Un giorno andai in un colorificio e, dimostrando tutta la mia ignoranza e incapacità in materia, chiesi qualche pennello, dei colori e delle tele. Alle domande che mi poneva il gestore del negozio per capire cosa volessi rispondevo in maniera approssimativa. Non sapevo cosa volevo. Qualche anno prima avevo fatto un sacco di spettacoli con un bravo illustratore e sentivo che parlava di colori acrilici. Domandai dei colori acrilici. A questo punto il signore al di là del bancone decise di affondare il coltello e cominciò a domandarmi che colori volessi, se gli chiedevo un rosso lui domandava: “Rosso carminio o  magenta?”. “Blu di prussia o di…”. Non ricordo neanche più quante domande mi fece. Alla fine ebbi un’illuminazione. Chiesi dei barattoloni di colori primari più bianco e nero. Il sadico se la rideva tra sé e sé. Mi rifilò anche dei cartoni telati (ma di quelli rimasi contento… e ancora lo sono). Quella fu la prima e l’ultima volta che mi rifornii in quel colorificio!!!

Tornai a casa e cominciai questa nuova avventura.

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